Messico E Nuvole, La Faccia Triste Dell’america…

di Sabrina Bonicelli

“Messico e nuvole, la faccia triste dell’America…”, questa è una delle prime frasi che saltano alla mente quando si parla del Messico, anche se a mio avviso tutto può suscitare tranne che una sensazione di tristezza. La conferma l’ho avuta proprio qualche mese fa, quando finalmente sono riuscita a realizzare uno dei miei sogni: un viaggio (di nozze) di tre settimane nel meraviglioso Messico. Nonostante il periodo del viaggio non fosse tra i migliori, si trattava infatti della metà di maggio, quando iniziava la cosiddetta stagione umida, devo dire che la fortuna è stata dalla mia parte, credo infatti di aver contato solo due mezze giornate di pioggia!

Ma cominciamo dall’inizio…

Partiamo e, al termine della decima ora di un viaggio aereo estenuante, durante il quale non sai più cosa inventarti pur di far passare il tempo, incominciamo finalmente a sorvolare la mastodontica Ciudad de Mexico. Che effetto pensare che tra pochi minuti atterreremo nella città più grande del mondo! penso tra me e me. Sono infatti curiosa di calarmi in questa realtà così differente dalla mia. A 2240 metri di altezza e 20 milioni di abitanti, la città offre tutt’altro che la cristallina e piacevole aria di montagna a cui siamo abituati. Quando atterriamo, infatti, la prima sensazione che avverto è quella di essere avvolta da un caldo insopportabile sovrastato da una cappa irrespirabile tra cemento e… ancora cemento. Una città comunque seducente nonostante la sua grandezza. La particolarità che forse più impressiona i turisti durante la visita è il visibilissimo problema dello sprofondamento a cui è soggetta la città. Il motivo di ciò è da riscontrarsi nel terreno paludoso e instabile sul quale è stata costruita. Percorriamo le vie centrali della città e infatti notiamo come monumenti e cattedrali siano visibilmente inclinati. Ne è un tipico esempio la vecchia basilica di Nuestra Señora de Guadalupe, la Madonna india patrona del Messico, che ogni giorno riceve la visita di un impressionante numero di pellegrini che raggiungono il sagrato in ginocchio come forma di penitenza. A rendere ancora più piacevole la nostra gita è la compagnia di una guida locale: Priscilla, detta anche “la revolucionaria”. Una simpaticissima signora di mezza età, completamente fuori di zucca che, in soli due giorni e mezzo, ci istruisce su tutto quello che è tassativo conoscere o evitare del Messico. Ci consiglia i monumenti più rappresentativi della storia messicana, i coloratissimi ristoranti, dove chile, tortillas, tacos e cerveza sono all’ordine del giorno, o ancora i folkloristici locali situati nella zona centrale dello Zòcalo o Plaza Garibaldi, dove mariachi e tequila sono all’insegna delle inebrianti serate messicane. Dopo un tour de force (nel vero senso della parola) a Città del Messico, dove scorazziamo come pazzi da una parte all’altra della città, entrando e uscendo da musei, palazzi, cattedrali e via dicendo, con Priscilla che non perde attimo per illustrarci ogni minimo particolare, eccoci diretti verso la nostra seconda meta: Teotihuacan, area archeologica precolombiana che, con le sue due enormi piramidi, del Sole e della Luna, rappresenta la massima espressione della cultura azteca. E’ lì che, come una fantozziana scalatrice alle prime armi, cerco in tutti i modi di stare al passo del simpatico maritino alpinista (neanche a farlo apposta!), arrancando su per la ripida salita sotto il sole cocente del mezzogiorno, grondando di sudore e cercando di camuffare ad ogni costo, con sorrisini isterici, la mia fatica.

L’indomani, una volta riposatami dalla faticosa scalata, mi aspetta un altro trasferimento, questa volta con volo interno, verso Merida, la capitale dello Yucatàn, dove ci fermeremo un paio di giorni. Qui noleggiamo un mitico maggiolone della Volkswagen, che i messicani chiamano simpaticamente ombelico , e percorriamo circa 400 chilometri, con l’occhio puntato al tachimetro, stando attenti a non superare i fatidici 80 km all’ora, come la vecchia signora dell’autonoleggio aveva tanto raccomandato.

Scegliamo di percorrere una strada secondaria, lungo la quale si sviluppano piccoli villaggi costituiti da capanne dove ancora oggi vivono alcuni gruppi di indios. E’ piacevole fermarsi e scambiare sorrisi e sguardi con loro, non è possibile comunicare diversamente perché parlano unicamente dialetti Maya, che i messicani stessi hanno difficoltà a comprendere. Proseguiamo il nostro cammino e, non solo l’aria condizionata è per noi un lontano miraggio, ma il caldo torrido deve aver creato qualche falso contatto all’antifurto, perché questo comincia a suonare incessantemente ad ogni nostra sosta, destando sospetto ai “tamarindos” militanti nella zona circostante (così vengono chiamati i poliziotti, per il colore della loro divisa), che tutte le volte si precipitano verso di noi, con aria minacciosa, chiedendoci cosa sta succedendo.

Dopo la tragicomica esperienza del maggiolone, eccoci arrivati alla splendida Playa del Carmen, un piccolo e tranquillo villaggio di pescatori poco distante dalla decisamente più caotica Cancun, soprannominata anche Las Vegas dei Caraibi.

Confortevolmente ospitati in bungalows con tetti di foglie di palma intrecciate, l’unica compagnia sono le nostre amache, che ci cullano per ore e ore, mentre il nostro sguardo si perde sulla fascinosa spiaggia, affacciata sul limpido mar dei Caraibi. Dopo qualche giorno di meritato relax, eccoci di nuovo pronti, zaini in spalla e documenti alla mano (come Il manuale delle Giovani Marmotte insegna), per un altro volo interno, destinazione: il Chiapas. Credo di non avere mai visto un posto così bello. Sovrastato dalla estesissima Sierra Madre, il Chiapas offre uno scenario suggestivo a differenza del cemento di Città del Messico; qui ci si sente teneramente avvolti in un mantello dalle mille sfumature di colore verde: foresta, piantagioni di caffè, frutta e mais colorano lo sfondo di questo quadro dal paesaggio quasi incantato.

Per non parlare dei caratteristici mercati che, con il loro pullulare di oggetti e gli indios locali dai capelli nero corvino e dagli abiti variopinti, animano le tipiche giornate messicane. Cammino tra le bancarelle e a volte mi capita di incrociare sguardi serissimi e, all’apparenza, impenetrabili, ma al solo abbozzo di un mio sorriso, ecco che subito vengo ricambiata e ricevo immediatamente una sensazione di dolcezza e umanità. Trovo divertentissimo contrattare per l’acquisto di qualsiasi oggetto; gli indios sono infatti abili commercianti ai quali è difficile sottrarsi senza acquistare nulla.

E’ qui che contratto con una dolcissima india, di nome Guadalupe, per l’acquisto di una tovaglia; rimango piacevolmente a parlare con lei per molti minuti e mi faccio coinvolgere dai suoi racconti sulla sua vita un po’ sofferta e, alla fine, mi allontano dalla bancarella con ben tre di quelle tovaglie, uno zaino, una t-shirt, due statuette e un cappello da campesiño sulla cabeza . Con Sergio (il maritino) che mi vede da lontano e si sbellica dalle risate rimarcando i frutti della mia lunga trattativa. Ma non importa, non dò peso a quello che dice, anzi, sono fiera dei miei acquisti. Mi ricorderanno, una volta rientrata a casa, la splendida vacanza messicana!

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