Il Sussurro Di Shiva

di CLAUDIO POZZATI

…… Una breve contrattazione ed iniziamo ad attraversare le incredibili strade di Varanasi, alle 5 del mattino, l’ora in cui lentamente tutto comincia ad animarsi. Viaggiamo schivando cumuli di immondizia, vacche naturalmente accovacciate qua e là incuranti del traffico, spesso nel

mezzo della strada, stracci che avvolgono esseri umani che dormono ” di quel sonno così simile alla morte”, tra case sbilenche con logge di legno. L’aria, al mattino presto, è fredda e da’ alle cose già cupe nuova cupezza. Ben presto raggiungiamo una fatiscente piazzetta, dove lasciamo i taxi; da lì si diramano numerosi vicoletti, oscuri labirinti dai quali ci lasciamo inghiottire. Uno sconosciuto vestito di stracci bianchi ci invita a seguirlo: non è stato necessario chiedergli nulla, ma probabilmente egli ha già capito dove vogliamo andare; lo seguiamo quasi di corsa perchè comincia ad albeggiare.

Tra non molto in queste stradine oscure, inizierà la danza quotidiana dell’andare e venire: folle di pellegrini, uomini, donne, bambini, commercianti, individui che ostentano arti deformi o mutilati, lebbrosi, venditori ambulanti, santoni erranti, si accalcheranno per farsi strada verso il sacro Gange. Si giunge presso una delle tante scalinate che danno sul fiume; lì saliamo su un

traballante barcone spinto a remi da un uomo nero di pelle, dall’età indefinita e lo sguardo quasi assente al punto da apparire quasi del tutto indifferente alla nostra presenza.

Il Gange a Varanasi scorre nel punto più sacro; così dicono gli antichi testi, ed è qui che milioni di Indù giungono da tutta l’India, spesso a prezzo di enormi sacrifici, per bagnarsi nelle sue acque. Alcuni arrivano sin qui proprio per morire; infatti morire a VARANASI costituisce un grande

privilegio perchè il defunto potrà essere cremato e le sue ceneri sparse nel sacro Gange. Ma soprattutto colui che quì muore si libera dalla schiavitù del ciclo delle reincarnazioni:

sarà proprio SHIVA a sussurrare all’orecchio del moribondo le formule sacre per la partenza definitiva.

Costeggiamo lentamente la riva del fiume, dove sorgono i 64 GHAT che si estendono per chilometri, rivolti verso il sole nascente; ed è proprio mentre sorge il sole che

bisogna esserci, perchè questo è il momento più sacro per immergersi nelle sue acque ed effettuare le rituali abluzioni. Eppure, percorrendo il fiume, osservando le genti lungo i

Ghat, noto che il cosiddetto misticismo degli indiani si manifesta in modo che a me pare contraddittorio, perchè non sembra quasi mai solenne come mi aspetterei, ed i loro gesti

rituali e simbolici spesso si confondono con normali gesti della vita quotidiana, come il lavarsi il corpo ed i panni immergendosi nelle acque del fiume. I corvi volteggiano

diffondendo il loro sinistro gracchiare mentre gli Jogi sono concentrati nei loro esercizi e i Sadu stanno fermi in contemplazione.

Tutto questo appare ancora più evidente giungendo al DASAMEDHA GHAT ( il Ghat del sacrificio dei 10 cavalli), dove vi è la maggior calca. Qui ci si puo’ fare

un’idea di cosa sia la religiosità Indù. In essa trovano lo spazio, in un’autentica babilonia, schiere di mendicanti, lebbrosi che dai loro stracci protendono le mani corrose

dalla malattia reggendo un secchiello, torme di seguaci di non ben identificabili sette religiose, venditori di oggetti sacri, santoni veri e falsi che si prestano per le fotografie

in cambio di qualche rupia, massaggiatori, trafficanti edindividui di casta; tutto appare confondersi, ma ognuno ha un suo preciso modo di porsi religiosamente. Inevitabilmente

si giunge al MANIKARNIKA GHAT, che si distingue per le enormicataste di legname, e per il fumo che si leva in alto; qui c’è sempre una pira che arde, segno quindi che sta avvenendo

la cremazione di un defunto. Questo è uno dei pochi luoghi rimasti a Varanasi per la cremazione secondo il rituale tradizionale, in quanto ormai è stato istituito un crematorio

elettrico comunale, per far fronte, in qualche modo, a problemi di igiene. Anche questo rituale, se pur solenne, ha luogo in modo semplice, senza clamori, quasi in sordina,

anche se alla luce del sole; i parenti che vi partecipano eseguono tutte le pratiche religiose con gravità, ma senza mai manifestare alcun segno di disperazione. Poco più in la’

un uomo regge nelle mani un fagottino di tessuto bianco; èun bimbo morto; i bimbi non vengono cremati ma i loro corpi sono restituiti intatti agli elementi naturali. L’uomo sale

su una barca che si allontana dolcemente prendendo il largo; il piccolo, avvolto nel panno bianco, viene legato ad una pesante pietra e poi lasciato andare verso il fondo del

fiume. Il sole ormai è alto e comincia a far caldo: l’atmosfera di sacralità si è ormai diluita: per tutti gli uomini ora il problema pare sia come arrivare al tramonto.

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